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Autore

Diego Manca

in archivio dal 07 mar 2006

28 ottobre 1949, Santulussurgiu (or)

segni particolari:
Autore del romanzo La donna delle Sette Fonti, un romanzo sincero, dedicato alle donne e alla nostra parte femminile ma soprattutto ai giovani, una storia che appassiona per la sua semplicità e naturalezza...

mi descrivo così:
Scrittore e poeta ho pubblicato un libro di poesie intitolato HAIKU e alcuni racconti. Vivo e lavoro a Firenze.

13 marzo 2006

Anna e il lavavetri

Intro: Un lavavetri che non vuole soldi, ma imparare a far sorridere le persone tristi; una bambina di dieci anni che diventa la sua maestra d’italiano. Una storia che affascina per una sensibilità dilagante.

Il racconto

"Lo so! Lo so! Non c'è bisogno di dirmelo tutte le volte! È che davanti si vede meglio!"

La voce della bambina è leggermente stizzita. Si infila nel sedile posteriore della vecchia Opel e si mette a sfogliare svogliatamente un giornaletto di Topolino.

"E' inutile che ti arrabbi, sai?" ribatte la donna seduta al volante. "Possibile che te lo debba dire tutte le volte? Davanti è pericoloso! E basta! Oh!"

"Sì, mamma." 

La risposta accondiscendente della bambina è talmente incongruente col suo tono di voce che la madre si volta e prima di girare la chiavetta di accensione la guarda in viso, esasperata.

"Non mi rispondere così, sai? Non sono mica scema!"

"Va bene, scusa mamma." 

La voce della bambina si è addolcita. La madre la guarda per un attimo dallo specchietto retrovisore e vede che ha gli occhi lucidi. Sa che non piangerà, almeno non subito, tuttavia le dispiace immensamente che da un paio di mesi a questa parte questi continui battibecchi rovinino le giornate di tutte e due.

Anna, che ha compiuto da poco 10 anni, sta passando infatti uno strano periodo. Cerca sempre di più di affermare la propria personalità e fa di tutto per provare a sé stessa e agli altri la sua indipendenza e la sua autonomia, sopportando molto male qualsiasi ingerenza degli adulti in qualunque sua decisione, presa o da prendere.

Vera, la madre - la quale ha già passato da qualche anno la soglia dei quarant'anni - vorrebbe invece venirle incontro, parlare con lei, come facevano fino a pochi mesi fa. Invece Anna, un tempo così obbediente e affettuosa, molto spesso respinge gli approcci della madre con un atteggiamento di chiusura che Vera non si sa spiegare. E' andata a parlare anche con la sua maestra - Anna frequenta la quinta elementare di una scuola comunale di Firenze - ma a scuola sembra non ci siano problemi, anzi, pare che se la cavi particolarmente bene. L'unica cosa strana, le ha detto la maestra, è che passa ore e ore a chiacchierare con Chiara, la sua migliore amica - ma data l'età forse è anche normale -. 

"Speriamo le passi presto," pensa Vera fra sé, fermandosi a un semaforo. Accende la radio e la sintonizza su una stazione da dove trasmettono musica leggera. Poi, siccome la canzone non le piace, la spegne di nuovo.

A fianco a lei, alla sua sinistra, c'è un'altra macchina, una grossa Mercedes bianca con un giovane cinese al volante.
Sul sedile posteriore c'è una vecchia signora che guarda in direzione di Anna e Vera;  la bambina si accorge che la vecchia la sta osservando e si sente un po' a disagio. Sta per volgere lo sguardo altrove, quando la signora le sorride e senza staccare lo sguardo da lei dice qualcosa al suo autista cinese. Anna è colpita dagli occhiali della signora: hanno le lenti così spesse che gli occhi azzurri della vecchia sembrano enormi e con l'originale montatura bianca a forma di farfalla volano via e si posano sul sedile proprio di fronte ad Anna. La bambina, un po' spaventata, china leggermente il capo di lato, per un attimo incrocia lo sguardo divertito di quegli occhi azzurri e poi con un filo di voce sussurra: "Mamma, guarda un po'..."

Nello stesso istante la farfalla bianca degli occhiali vola via in un guizzo verso la Mercedes e quando Vera si volta, Anna non sa cosa dirle. In quel preciso momento un  giovane lavavetri negro si avvicina al loro sportello e con un sorriso smagliante chiede se può lavare il parabrezza. Forse perché distratta dalla  domanda di sua figlia o forse perché i capelli ricci e gli occhi neri del lavavetri l'hanno intenerita, fa cenno di sì con la testa. Il giovane, un africano dall'aria furba e simpatica, non se lo fa dire due volte e pulisce vigorosamente il vetro del parabrezza con una spugna fissata a un bastone. In pochi secondi il vetro anteriore viene ricoperto da una schiuma azzurrina attraverso la quale filtrano i deboli raggi di sole di questa giornata di fine ottobre e in un baleno il mondo di Anna cambia completamente. Il sedile posteriore su cui sta seduta e così pure i capelli di sua madre, di un biondo tendente al castano, ora sembrano emanare un'iridescenza che li fa apparire più chiari, come miele; ma la cosa più stupefacente è che quel velo di tristezza che stava inquinando l'umore di madre e figlia era scomparso per far posto a una sensazione di serenità e di gioia che né Vera né Anna avevano mai provato.

Quando il lavavetri ha finito, il parabrezza è così pulito che sembra nuovo, come pure sembra nuovo tutto ciò che sta intorno a loro. Anche se passano di lì quasi tutti giorni, stentano a riconoscere  il viale alberato che costeggia le antiche mura della città, tra Viale Ariosto e Viale Aleardi. 

Non si erano mai accorte, Vera e Anna, della bellezza delle albere di quel viale, né avevano mai notato il cinguettio degli uccelli, che a centinaia ora sembrava cantassero solo per loro.

Vera tira fuori dalla borsa il portamonete per dare qualche spicciolo al lavavetri, ma questi, con un gesto aggraziato della mano e ridendo a fior di labbra, rifiuta dicendo:

"No, grazie! Questo è un regalo!" Vera insiste perché prenda i soldi, ma l'uomo non li vuole assolutamente. Guarda invece Anna e timidamente chiede:

"Tu fai disegno per me? Sì?"

La bambina guarda un attimo la madre, come a chiederle il permesso. Vera sorride, ma non dice nulla. In quel momento il semaforo diventa verde e siccome ha delle macchine dietro, Vera ingrana la marcia e parte. La Mercedes bianca con l'autista cinese che prima era al loro fianco parte prima di loro e Anna fa giusto in tempo a vedere il volto della vecchia signora che le sorride amabilmente.

La bambina la saluta con la mano, poi si affaccia dal finestrino e urla in direzione del lavavetri:

"Te lo porto domani, va bene?"

L'africano risponde qualcosa, ma il rumore delle macchine impedisce ad Anna di capire ciò che dice.

Vera imbocca il viale Aleardi  e svolta in Piazza Tasso per lasciare Anna all'angolo di Via della Chiesa, da dove proseguirà da sola fino all'entrata della scuola. È da un po' di tempo infatti che ogni tanto sua madre la accompagna in macchina prima di recarsi al lavoro: anche se la loro casa in fondo non è molto lontana e Anna potrebbe benissimo andarci a piedi, Vera ama tuttavia passare questi pochi minuti con lei, anche se, come è ancora successo questa mattina, ogni tanto litigano.

Anna scende dalla macchina, dà un bacio a sua mamma e si allontana saltellando. Non vede l'ora di vedere la sua amica Chiara e raccontarle ciò che le è accaduto.

Quando alle quattro e mezzo esce da scuola, Anna decide di passare dalla strada dove lavora il lavavetri africano. Voleva andarci insieme alla sua amica Chiara, ma la madre è venuta a prenderla per portarla da sua nonna e quindi non è potuta venire con lei. Impiega un paio di minuti per arrivare fino in viale Ariosto, ma al semaforo non c'è nessuno. Delusa, Anna si avvia lentamente verso casa, pensando a quale disegno fare al lavavetri. Una volta arrivata si chiude in camera e fino all'ora di cena non si fa vedere. Quando a quell'ora suo padre le domanda cosa ha fatto tutto il pomeriggio chiusa in camera, lei risponde che è un segreto e che forse glielo dirà domani. Dopo cena, cosa strana, chiede a sua madre se può andare a letto subito perché non vede l'ora che arrivi domattina. Vera sorride divertita e le fa cenno di sì con la testa.

L'indomani Anna non ha voglia di andare a scuola in macchina e chiede alla mamma se può però accompagnarla fino al semaforo dove lavora il lavavetri africano, poiché vuole donargli il disegno che le ha preparato ieri. Vera, ben contenta di fare una passeggiata prima di recarsi al lavoro, dice subito di sì e alle otto e dieci sono già al semaforo tra viale Ariosto e viale Aleardi, ma il lavavetri non c'è. Stanno per andare via, quando vedono una Mercedes bianca che si ferma a una trentina di metri dal semaforo e dalla quale scende il lavavetri africano. Mentre l'autista cinese rimane al volante, l'africano apre il portabagagli della macchina e prende un secchio, alcune bottiglie di plastica piene d'acqua, il suo attrezzo per pulire i vetri e si avvia quindi in direzione di Anna e della madre.

Vera è sorpresa nel vedere un lavavetri negro venire al lavoro in Mercedes, e per di più con autista.

"Ecco perché ieri non ha preso soldi," pensa, "probabilmente non ne ha proprio bisogno."

"Ciao!" esclama allegra Anna. "Ti ho portato il disegno!"

E' talmente impaziente di farglielo vedere che quasi non riesce ad aprire la cartella della scuola dentro alla quale lo custodisce. Infine riesce a tirare fuori il suo album da disegno: lo apre e ne estrae un foglio sul quale Anna ha disegnato una macchina rossa con dentro una donna, una bambina e un lavavetri tutto nero in procinto di lavare il parabrezza della macchina con una specie di bastone magico dal quale scaturiscono raggi arancioni e gialli. Sotto un cielo azzurro albere maestose ospitano uccelli dai tanti colori e, posata su un ramo, una specie di grande farfalla bianca - sulle ali della quale Anna ha disegnato due grandi occhi dello stesso colore del cielo - sembra guardare con curiosità la scena sottostante. Sul lato destro del disegno Anna ha scritto il proprio nome in stampatello con accanto un grande cuore dentro al quale ha scritto la parola: "Terra". Il giovane lavavetri sembra quasi imbarazzato dal regalo e guarda la bambina con occhi pieni di gratitudine.

"Molto bello, tuo disegno molto bello! Grazie. Tu come chiamare?"

"Mi chiamo Anna" risponde la bimba, porgendogli la sua manina. "E tu?"

"Mio nome è Faro , però tutti chiama me Jimmy".

"Ma qual è il tuo vero nome?" insiste la bimba.

" Mio vero nome è Faro," sorride l'africano. "Vuole dire Buona Acqua. Tu può chiamare me Acqua."

"Che bel nome!" esclama Anna guardando sua madre, la quale a sua volta si presenta e stringe la mano del ragazzo.

"Ora purtroppo dobbiamo andare,"  se no facciamo tardi a scuola. Ciao!" conclude la bambina.

"Ciao!" risponde il giovane, sorridendo a tutte e due. "A presto!"

"Questo pomeriggio sei qui?" domanda timidamente Anna prima di andar via.

"Forse," risponde enigmaticamente Faro.

Madre e figlia si allontanano con passo svelto in direzione di Piazza Tasso. Arrivate all'angolo con via della Chiesa la bambina chiede a sua madre se qualche volta può invitare Acqua a mangiare a casa loro.

"Vedremo," è la risposta frettolosa di Vera. "Ora vai a scuola, su!" conclude, dandole un bacio sulla guancia.

Per tutta la mattina Anna ascolta diligentemente le lezioni, fa ciò che le dice la maestra e non chiacchiera in classe. Verso il primo pomeriggio però diventa sempre più impaziente e quando alle quattro e mezza suona la campana è tra le prime a uscire dall'aula. Non ha parlato con nessuno del giovane africano, anche perché la sua amica Chiara oggi non è venuta a scuola e ancora non aveva intenzione, o voglia, di parlarne con qualcun altro. E' rimasta d'accordo con sua madre che oggi sarebbe ritornata a casa da sola e quindi fuori non c'è nessuno ad aspettarla. Con passo deciso si avvia verso viale Ariosto e solo quando vede Acqua rallenta il passo, contenta che lui ci sia. Lo osserva da lontano mentre pulisce il parabrezza di una macchina al volante della quale un anziano signore canticchia una canzone. Quando ha finito il vecchio vuol dargli una moneta, ma Acqua la rifiuta, gentilmente. Anna non sente le parole, ma sembra quasi che il suo amico si scusi del fatto che non prende soldi. L'anziano signore comunque lo ringrazia e quando parte Anna vede che sorride.

"Ciao, Acqua!" La voce della bambina si sente a malapena a causa del traffico intenso di quell'ora.

"Oh, ciao Anna!" risponde subito il ragazzo. "Finito scuola?"

"Sì." 

La bambina non sa cosa altro dire e sta per andar via, quando Acqua le domanda:

"Io vuole imparare italiano. Tu fai scuola a me?"

Il viso di Anna si illumina.

"Volentieri," risponde la bimba. "Ma forse non ne sono capace."

"Tu brava, tu insegna italiano a Faro." La sicurezza con cui il ragazzo dice queste parole convincono Anna ad accettare. Siccome però la bambina non sa né come, né dove  insegnarglielo, gli esterna i suoi dubbi.

"Tu parla con io! Io impara!" afferma il ragazzo, sicuro di sé. Avrà sì e no diciotto anni ed è alto quasi il doppio di Anna. L'espressione del suo volto è decisa, tuttavia lo splendore del suo sorriso addolcisce i suoi lineamenti dandogli un'aria quasi femminile.

"Di cosa vuoi che parliamo?" domanda Anna.

"A me piace storie!" risponde Faro. "Tu dici a me storie."

Anna, a cui piace non solo ascoltare, ma anche raccontare, è ben contenta di poter narrare le storie che conosce e mentre tra il lavaggio di un parabrezza e l'altro Faro si riposa Anna incomincia così la sua carriera di maestrina. Dopo una mezz'ora passata insieme, la bambina vuole tornare a casa per non far stare in ansia sua madre, dando a Faro appuntamento per l'indomani alla stessa ora.

Prima di andar via Anna gli domanda come mai per il suo lavoro non vuole soldi. Faro sembra per un attimo perplesso, come se stesse cercando le parole per risponderle. Poi, come se la cosa per lui non avesse alcuna importanza, dice:

"Questo è mio regalo per gente! Io ricco!"

Anche se Anna non ha capito bene cosa Faro abbia voluto dire, non insiste e dopo averlo salutato si dirige verso casa sua.

Per giorni e giorni Anna si reca tutti i pomeriggi all'angolo tra viale Ariosto e viale Aleardi. Seduta con Faro su una cassa di frutta rovesciata appoggiata alle vecchie mura della città, racconta al giovane africano tutte le storie che conosce e quando ha esaurito quelle, se ne inventa di nuove. Faro è uno scolaro molto attento e diligente e dopo aver sentito ogni storia la ripete ad Anna: prima con innumerevoli errori, poi a poco a poco, con l'aiuto della bambina che gli corregge ogni minimo sbaglio, la sua grammatica migliora e nel giro di un mese riesce a parlare correttamente quanto la sua maestrina.

Durante tutto questo tempo allievo e maestra sono diventati molto amici. Anna viene a sapere che il suo amico africano proviene dai dintorni di una città che si chiama Bamako, nel Mali, e che il suo popolo si chiama Bambara. Faro sembra molto restio a dare informazioni su di sé e Anna, oltre alle poche cose che il suo amico le ha detto, non riesce neanche a sapere dove va a dormire la sera quando ha finito di lavare i vetri delle macchine.

Un bel giorno, a fine novembre, quando Anna si reca all'appuntamento con Faro per raccontargli una delle sue innumerevoli storie, trova il suo amico che la attende in piedi accanto alle mura della città. Mentre tutte le altre volte che si sono visti Faro indossava dei jeans e una camicia - quasi sempre la stessa - ora ha indosso una specie di lungo camicione multicolore che gli arriva fino ai piedi.

Siccome piove a dirotto Anna ha preso da casa sua un ombrello e si affretta verso Faro a cui sembra invece non importi molto di bagnarsi.

"Ciao, Faro! Che bel vestito!" esclama Anna, avvicinandosi a lui per cercare di ripararlo dall'acqua con l'ombrello. Il giovane africano la guarda con gli occhi un po' tristi.

"Domani devo partire! Torno fra la mia gente!" dice, a voce bassa. "Volevo salutarti e ringraziarti per il tempo che mi hai dedicato."

"Partire? Perché?" Anna sembra non credere alle parole di Faro, ma il giovane le dice che il tempo che aveva a disposizione è scaduto e che deve tornare dal suo popolo.

"Non capisco," continua la bambina scuotendo la testa, "perché devi tornare proprio ora?"

"Perché qui ho finito il mio compito."

Anna china la testa e silenziosamente guarda la punta delle sue scarpe da tennis. Dai suoi occhi sgorga una lacrima, rotola lungo la guancia e si unisce alle gocce di pioggia che cadono ai suoi piedi.

"Ho un regalo per te," prosegue Faro. "Questa volta ho io una storia per te, una storia del mio popolo, la storia della creazione."

Anna lo guarda e tace, incerta se continuare a piangere o ascoltare il suo amico. Faro le prende di mano l'ombrello e tutti e due si siedono sulla vecchia cassa di frutta rovesciata.

"Al Principio di tutte le cose c'era il Grande Vuoto.”

La voce di Faro è grave e potente.

"Poi iniziò il Movimento. Ogni Movimento deve andare in due direzioni, deve andare e tornare, come il Respiro. Questo rende possibile il prossimo passo nella catena della Creazione, cioè la Voce, la Parola che Crea Ogni Cosa. Questa Parola è l'Azione che crea Vibrazioni, l'Essenza stessa della Voce. La Parola, la Voce, è lo Spirito stesso che è libero di creare qualsiasi cosa desideri.

Poi c'è "Nugu", la Sostanza, che contiene gli Elementi:

"Yalan", Aria

"Sani", Acqua

"Yeren", Fuoco

"Yelengu", Terra.

Gli elementi si influenzano l'uno con l'altro, in una spirale concentrica, a causa del Potere, il "Mana".

Quindi fu creata Pemba, la Grande Cosa, il Principio della Creazione, lo Spirito della Spirale.

Da pezzi di legno tenero Pemba creò "Ni", le Anime degli Esseri Umani, poi creò un Essere Femminile con la coda, un muso  e orecchie lunghe, ma tuttavia ancora un piccolo essere umano. Pemba si accoppiò con la sua creazione e dopo di ciò nacquero tutti gli animali, uccelli e insetti. Tutti adoravano Pemba e la chiamavano "Ngala", Dea.

Faro era il Dio delle Acque, senza le quali nessun essere può vivere. Faro venne sulla Terra dopo un lungo periodo di siccità, durante il quale erano morti la maggior parte degli uomini e degli animali. La sua voce era come il primo Vento Fresco alla fine della Stagione Calda.

Faro parlò al popolo e disse: "Vi darò pioggia per nutrire  i fiumi, le fonti, i laghi e i ruscelli. Ricordatevi che l'Acqua è sacra e deve essere riverita. Non vi posso salvare dalla morte, ma vi posso aiutare."

Insegnò loro a parlare e fertilizzò le donne, le quali diedero alla luce dei gemelli. Ma Faro non aveva ancora vinto la sua lotta per la vita sulla Terra.

C'era  "Teliko", lo Spirito Arido del Vento del Deserto, che soffocava la gente. Faro aspettò e aspettò finché arrivò il suo momento: Teliko, nel suo orgoglio, dimenticò che non avrebbe mai dovuto attraversare un fiume. Quando lo fece, Faro, che vive nell'Acqua, lo prese e lo frantumò contro una montagna.

Faro, diventato padrone del mondo iniziò a mettervi ordine. Fissò i punti cardinali, le stagioni, la successione regolare dei giorni e delle notti e l'opposizione di destra e sinistra. Quindi si mise al centro e creò i Sette Cieli:

Il primo, "Kaba Noro", il Cielo Soffice, è formato dalle Nuvole di Pioggia dove Faro risiede come Dio dell'Acqua.

Il secondo cielo, "Kaba Dye", il Cielo Bianco, è chiaro e fresco.

Il terzo cielo, "Kaba Fii", il Cielo Nero, è la dimora dello Spirito e nel

Quarto cielo Faro tiene i conti del mondo.

Nel quinto, il Cielo Rosso, Faro giudica coloro che hanno infranto i tabù. Qui custodisce Fuoco, Sangue,  e Fumo.

Nel sesto, il Cielo del Sonno, Faro custodisce i segreti del mondo. Qui, gli spiriti delle persone e dei folletti dormono finché lui non li sveglia.

Nel settimo cielo è contenuta l'Acqua, dove abita Faro. E' qui che lui tiene la corda con la quale tutte le mattine tira su il Sole."

Anna ha ascoltato affascinata le parole del ragazzo e quando lui smette di parlare lei gli prende delicatamente la mano e guardandolo negli occhi domanda:

"Tu sei il Dio delle Acque?"

"No, io sono un uomo," risponde calmo Faro. "Ma imparo la Magia della Terra ormai da tanti anni. Sono venuto in Italia per visitare mia nonna Farfalla Azzurra, che vive lassù sulla collina, a Fiesole."

"E' la vecchia signora che viaggia sulla Mercedes con l'autista cinese?" domanda Anna, tutta seria.

"Sì, è proprio lei," risponde Faro con un sorriso. "Da lei ho imparato molte magie: per esempio a far ridere le persone tristi."

Ora Anna sorride un poco, ma non vuole farlo vedere al suo amico, che continua:

"E' per questo motivo che venivo a lavare i vetri delle macchine, così mi potevo esercitare. Perciò non prendevo soldi: come avrei potuto? Le persone mi aiutavano a imparare la Magia!"

Tace per un istante e poi alzandosi continua: "Ma da te ho imparato la Magia dell'amicizia e per questo desidero farti ancora un dono."

Dalla tasca del camicione estrae una minuscola bottiglia di vetro bianco con dentro un liquido trasparente e la dona  ad Anna.

"Che cos'è?” domanda incuriosita la bambina.

"Prova a scuoterla!"

Anna non se lo fa dire due volte: agita un po' il liquido dentro alla bottiglietta e, sorpresa, si accorge che dentro c'è qualcosa di duro che sbatte contro il vetro. Guarda interrogativamente il suo amico e lui le spiega:

"Dentro alla bottiglietta c'è un po' d'acqua del mare che bagna la costa dell'Africa in cui si trova il mio paese e la pietra è un'Acquamarina che mi regalò mia madre."

"No, non posso accettare! E' troppo!" esclama Anna.

"Voglio che la tenga tu," insiste Faro. "Così quando vedrai Acquamarina penserai a me e riderai."

La bambina annuisce e guarda in silenzio il suo amico.

"Quando vorrai vedermi, esci sotto la pioggia e chiama il tuo amico Acqua. Io sarò lì con te!"

Faro allunga la mano e con la punta delle dita tocca delicatamente la fronte di Anna, scompigliandole, per scherzo, un po' i capelli.

Due colpi di clacson li fanno voltare verso la strada e al semaforo vedono la Mercedes bianca con l'autista cinese.

"A presto, mia piccola amica," sono le ultime parole che Anna sente, prima che il suo amico africano sparisca dentro alla macchina. "La stagione delle piogge è appena incominciata!"

Anna chiude il suo ombrello e camminando sotto l'acqua si avvia verso la sua casa.

E ride.

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