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Racconti di Niva Ragazzi

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  • 04 ottobre 2011 alle ore 10:29
    Il coraggio: rischi e controindicazioni

    Come comincia: Conosco una ragazza che ogni mattina sale sul treno delle 8.15 che parte da Saronno ed arriva a Milano Cadorna alle 8.55. Il tragitto da casa alla stazione lo fa con un'amica, una signora anziana ben tenuta, bionda, con tremendi gelidi occhi scuri.
    Anche lei è sempre ben vestita, classica, certo, ma con una punta di estrosità nel tocco della sciarpetta al collo, nel rossetto nuovo, nello smalto delle unghie: ma lo stile rimane, tuttavia, molto sobrio.
    Camminano, queste due donne, senza neppure sfiorarsi, in un ticchettare frettoloso e ritmato di stivali di pelle firmati, aggrappate alle loro borsette Gucci o Trussardi, i capelli perfettamente in piega, il trucco appena accennato, sapiente: di classe.
    E nell'estate torrida o nell'inverno crudo, quando tutte le ragazzine portano sciarponi sul naso e giacconi imbottiti, lei, invariabilmente rigida e dritta, nella schiena dritta, nella testa dritta, secca addosso come un bastone - di comando o di punizione, chissà - se ne sta appoggiata appena contro la parete della carrozza del treno.
    E parla misuratamente con l'amica, si danno del lei, forse sono solo colleghe di ufficio, a volte parlano di persone di comune conoscenza.
    E già lei rivolge alle persone attorno lo stesso sguardo gelido e scostante, dell'altra, l'anziana, già la pelle del viso attorno agli occhi è segnata, attorno alla bocca troppo tesa un fitto, fitto sottile delicato arabesco si disegna: e tuttavia, lei trucca le labbra di rosso.
    E il rossetto sbava appena nelle prime rughe accennate.
    Quando il treno arriva in stazione, lei scende e saluta l'amica:
    -Ci vediamo stasera, io prendo il 6 e 36, l'aspetto!
    -Ci sarò sicuramente- risponde l'anziana.
    E si separano.
    Lei cammina veloce, con quel passo serrato, mai aprire troppo le gambe, mai saltellare, attenzione - oh, fa attenzione, via...- e quasi senza guardarsi attorno, la gente, si sa, a volte è così brutta, vero?, arriva al palazzo in cui si trova il suo posto di lavoro.
    E' un lavoro d'ufficio, si, certo: ma di responsabilità, anche.
    E nel lavoro d'ufficio, piccolo topo grigio, lei si immerge lietamente, a passi serrati, gomiti contro il corpo, la sua camicetta bianca, la sua sciarpetta, le sue gonne lunghe.
    Ed i suoi colleghi, quando si rivolgono a lei, la chiamano per nome, certo, ma non le danno del tu, come ormai si usa dappertutto: oh no, lei rimane sempre la signorina xyxyxy.
    Salirà e scenderà mille volte la scaletta alla ricerca dei documenti negli archivi polverosi, ma comunque sia, nella classe che la contraddistingue, a lei ci si rivolte con i debiti modi.
    Mai, neppure lontanamente mai, si immaginerà che cosa esattamente dicono di lei, povera ragazza, quando appena appena le voltano le spalle, mai saprà fino a che punto la gente è capace di usarla, tanto, basta fingere deferenza, con lei, rispetto, e non dire mai "c.....".
    Ah no, la signorina ha orrore delle parolacce, non potrebbe mai sopportarle, è una cosa più forte di lei, le si rizzano i peli sulle braccia.
    E qualcun altro soggiunge, a bassa voce: "...e non solo quelli....".
    E nella sua giornata quieta e relativamente protetta dalla routine del suo lavoro, ormai quindici anni nello stesso posto, chi mai la manderà via di là - e poi, ma si, è fidata, di sicuro impegno, puoi stare tranquillo che se dire che lo fa, lo farà senz'altro - eccola senza grandi pensieri veleggiare verso una solitaria serata.
    Gli altri si incontrano, gli altri fanno progetti, vanno al cinema, hanno ragazzi, ragazze, feste, balli, hanno una vita fuori; lei ha la famiglia, la mamma, il papà, la sorella più giovane, va ancora a scuola, al primo anno di università.
    Ma in famiglia l'aria non è poi cambiata, perchè la sorella più giovane va a scuola, si, ma perchè non sa che cosa fare: fa pedagogia, ma a lei proprio i bambini non piacciono.
    Anche a questa ragazza che io conosco, i bambini non piacciono: sporcano, gridano, e poi, così piccoli, che impressione.
    "Certo, sono belli, però io non credo che sia assolutamente necessario averli, i figli."
    "Si può essere realizzati anche senza, i figli".
    Oh certo, naturalmente.
    E lei continua a spulciare i vecchi libri cercando codici e codicilli, felice in anima, rilassata e remota dal grande vortice impazzito della vita.
    Non le sono mancate le occasioni, a questa ragazza, no: le è mancato il coraggio.
    E quando a sera si ritrova sulla strada per la stazione, a volte davanti a lei si abbracciano due ragazzi in jeans e giubbotti, e parlano fitto fitto e dicono tutto il loro universo di stelle, le labbra vicine e le mani - ah, queste mani ribelli impudiche invadenti: ma non si può, davanti a tutti, che schifo!-
    Oppure vede a volte quei gruppi compatti di gente affiatata che si chiama da un capo all'altro della strada, perchè stanno andando a mangiare una pizza, perchè dopo vanno al cinema, perché "dobbiamo organizzare per domenica, per sabato, per domani...".
    E lei abbassa gli occhi, stringe le labbra, stringe le gambe, e passa oltre, oltre il muro d'incanto dei loro sentimenti intessuti in briciole di vanità, di civetteria, di follia d'essere vivi oggi, oggi e forse domani.
    Lei è una persona posata, si sa, non è più una ragazzina, certe cose sono finite.
    Ogni cosa alla propria età, ama dirsi spesso, quello che si poteva fare allora, adesso non si può più.
    Ma nel camminare sola, e sempre e sempre sola, contro le vetrine illuminate dei negozi, nell'attraversare la strada, quel serpente lampeggiante e crudele di automobli, e la gente dentro, la gente felice, che va e viene, e fa progetti e si diverte e vive e piange e grida, bene, mille volte mille, l'anima le si strugge di accorata nostalgia.
    Perchè poteva, perchè doveva essere diverso.
    Non le sono mancate le occasioni, lei le ricorda ancora, anche se con distacco, con il dovuto e necessario distacco, con la lucidità della saggezza, ricorda quella ragazzina acerba, tutta gambe e capelli.
    Ricorda i pensieri: ancora adesso, a fatica se ne accosta, li aggira, li spia, ma ancora non li riprende, perchè la sconvolgono l'asprezza e la sregolatezza dei sentimenti, la violenza dei desideri più sconci, più depravati, la fa rabbrividire, ma tuttavia lei sa che questi erano i suoi pensieri.
    Lei sa che cosa esattamente pensava il suo corpo, quando il primo ragazzo le ha fatto battere il cuore, ed allora, davvero allora, oh no, non aveva questo passo pudico, e davvero, ma davvero, non aveva questa bocca serrata ed asciutta e dura.
    E quando poi gli amici le si stringevano addosso, quando appena cominciava ad aprire gli occhi, gli occhi dell'anima, sulla realtà di sangue e di nettare di questo mondo da vivere, quando cominciava a cercare di placare l'ansia di esistere fuori di casa, si, al momento preciso in cui doveva rispondere al primo invito, alla prima mano tesa verso la sua, perchè anche lei facesse parte della catena, ecco, lei, no.
    Lei non ce l'ha fatta, lei ha chiuso la porta, ha chiuso gli occhi, ha detto non posso, io, no, mia mamma non vuole, e poi, cosa penserà mio padre: perchè la sua era una famiglia tradizionale, una vera famiglia, il padre lavorava duro, faceva i soldi, ma le figlie, femmine, dovevano renderglieli, in un modo o nell'altro.
    C'era un decoro, da mantenere, un'aura di rispettablità, di buoni sentimenti.
    "Puoi andare all'oratorio, si."
    "Puoi andare con le suore in gita, si."
    "Puoi andare a messa con le amiche, si."
    Purchè tutto sia in regola. Purchè tu non pensi, non senta, non frema in corpo al primo soffio di vento di primavera.
    Non sai gli uomini, cosa sono, le diceva la madre. Bestie, sono.
    E davanti a quel viso irrigidito, nel sospetto del rituale segreto e misterioso, lei inorridiva al pensiero: al pensiero che sua madre potesse leggerle dentro, dentro in anima: e vedere.
    E sempre più chiudeva gli occhi.
    Bestie, sono, con i loro desideri bestiali.
    Lei non era certo un'ingenua, sapeva come si svolgono le cose: ma ne rifuggiva al pensiero di esserne insozzata.
    Quando a volte si arrivava a toccare questi argomenti, si scopriva che lei era per una convivenza di persone mature, sagge, educate, senza il problema dei rapporti fisici: questo, poi, davvero, non poteva accettarlo.
    Faticava quasi ad accettare la convivenza sotto il medesimo tetto: passi per i fratelli, si sa, sono della stessa famiglia, ma due estranei, due perfetti sconosciuti, che si mettono insieme per...
    Ah no, che schifo.
    Il coraggio, le è mancato.
    Di accettarela parte di bestia che dentro di lei rumoreggiava, risacca di mare, di un mare di corallo, corallo rosso sangue, rosso sangue d'amore e di vita.
    Questa vita da vivere, lei ancora la guardava da lontano, per paura di bagnarsi i piedi con il suo lungo penoso irrisolto schiumare di gioie e dolori, dolori, cocenti dolori e misericordiose oasi di felicità perfetta.
    Ed ogni sera, dopo la lotta contro la possiblità di vivere, lei accoglieva felice e trafelata l'amica anziana, e parlando delle quiete cose di sempre, di casa, di cena, di tempo, di vacanze, salivano insieme sul treno.
    Sul treno che l'avrebbe portata a casa: senza scosse, senza traumi, piccola chiocciola paurosa, pronta a morire senza  aver mai messo la testa fuori dal guscio.
    E tuttavia, innegabilmente, si, pavida, si: ma con classe.

  • 09 novembre 2009
    Per sempre

    Come comincia: Adesso a raccontarla è facile.
    Ma allora, non ci credevo; credevo che sarebbe durata per sempre, mai finita, si dice così, vero, a diciotto anni?
    Dovevano essere le 7 appena suonate, sette di mattina in un giorno di primavera.
    Sai com'è la primavera in città: ti scoppia in anima, ti brucia gli occhi e non ti si stacca più di dosso.
    Così con questa primavera in testa me ne andavo in fabbrica senza sbadigliare e restavo affacciato al finestrino aperto del tram.
    L'ho vista allora, camminava sul marciapiede, e l'ho guardata bene.
    Non perché avesse qualcosa di particolare, non era neanche tanto bella: vestiva come tutte le altre ragazze, portava i capelli lunghi come tutte le altre ragazze, ma aveva qualcosa in più.
    Che le altre non avevano.
    Due occhi puliti, una faccetta chiara ed un'aria di serenità che mi faceva invidia.
    Ho incrociato i suoi occhi: libertà ho visto e mi sono lasciato avvolgere dalla meravigliosa sensazione.
    Forse perché era primavera, forse perché avevo diciotto anni e lei era piccola e giovane, ho sorriso, mi ha sorriso di rimando, un sorriso aperto, libero e mi ha salutato con la mano.
    Dove andava, cosa faceva, non so.
    Sono sceso di corsa dal tram e le sono andato dietro, lei mi aspettava:
    - Mi chiamo Luigi, e tu? - le ho detto.
    - Mi chiamo Silvana.
    Così ho incontrato Silvana, io credevo fosse per sempre, quando si è giovani è facile dire grandi parole.
    Adesso che ci penso bene, ricordo le nostre giornate insieme, per quelle strade d'asfalto senza verde e per quei prati molli dolci caldi come le labbra di Silvana ed il suo sorriso, la sua voce.
    Parlava di grandi cose, io dicevo grandi parole: meccanico in fabbrica, lei dattilografa in agenzia.
    Grandi sogni, a diciotto anni.
    Per sempre.
    Non mi ha tradito Silvana, né io l'ho tradita.
    Ma la speranza, ci è mancata: speranza per andare avanti, per continuare a camminare nelle nostre strade di gente, speranza per accettare di avere problemi e difficoltà come tutte le altre persone.
    Ci è mancata la speranza di volerci bene per sempre, anche dopo la prima volta, anche dopo la prima stanchezza e le incertezze e le incomprensioni.
    Perché è facile dire "ti amo" ad una ragazza coi capelli lisci e lunghi che ti si sdraia calda addosso.
    Ma è difficile pensare "ti voglio bene" quando la novità è finita, quando il quotidiano ti assilla, quando l'abitudine serpeggia, insieme ai problemi banali: non ho i soldi per l'affitto,  non mi capisci,  i tuoi problemi non mi toccano...
    E' difficile voler bene.
    Ci è mancata la speranza di volerci bene, a me e Silvana.
    Questo, ormai, è un ricordo vecchio.
    Ma ancora mi gira in anima, non si lascia inquadrare, non si lascia catalogare, come farò, mi chiedo.
    Nel tempo che è passato, ho fatto carriera, guadagno bene, ho famiglia, due figli.
    La gente che mi conosce dice di me che sono un uomo "arrivato".
    Ma dove?
    Ho mancato il colpo dei miei vent’anni e sono condannato a portarmi in anima questo ricordo ribelle ed il rimorso di non aver saputo voler bene.
    E questo rimorso, adesso ne sono sicuro, è per sempre.

  • 09 settembre 2009
    Il generale

    Come comincia: Senti, vieni più vicino, non avere paura.
    Ascolta.
    Ti voglio dire la mia stanchezza.
    Sono inquadrato in un reggimento di cui conosco solo le spalle davanti a me ed i calci dietro di me.
    Ho pensato: un giorno il generale passerà in rivista.
    Un giorno, anche da lontano, lo vedrò.
    Ho visto giorni passare, settimane e mesi e anni passare.
    Io aspetto: ma sono sempre più stanco.
    Non posso riposare, non posso perdere mai di vista le spalle davanti a me e dietro sempre devo avere un occhio attento ai calci.
    Ho cercato alla mia destra.
    Ho cercato alla mia sinistra.
    Mezze facce, ho visto.
    Ho cercato di parlare, durante la marcia.
    Solo una risposta, ho avuto: taci.
    Così continuo ad andare avanti.
    E sono vecchio, ormai, sono stanco.
    A volte penso, forse ho sbagliato a scegliere questa strada. Ma io mi chiedo: l'ho scelta veramente?
    Cosa ho scelto, io, se mi sono subito trovato preso fra queste due righe di spalle davanti, di calci dietro e marciare.
    E marciare.
    Io non so.
    Ma stasera vorrei tanto uscire da questa fila eterna e sedermi in un angolo e non pensare.
    Ti chiederai perché non ho ancora fatto niente, perché ho tirato avanti fino adesso, perché non mi sono mosso prima, perché non ho preso una decisione, una qualunque...
    Sai, io speravo.
    Speravo sempre che un giorno o l'altro avrei visto il mio generale.
    Anche da lontano, sai, non ho pretese, ma un giorno o l'altro, io speravo.
    Adesso?
    Ma non so, non so più; ho tanta amarezza dentro che stasera mi sentirei di piangere come un bambino.
    Perché ti racconto queste cose?
    Non saprei, forse perché non ti conosco, perché ti ho visto in disparte, perché ti ho visto di fronte e tu mi hai guardato in faccia.
    Aspettavi me?
    Sì, mio generale, in capo al mondo, dietro di te.

  • 06 febbraio 2009
    Ragazzina

    Come comincia: Mi hai detto di parlarti seriamente, non sei più una bambina.
    Ed io ho sorriso e ti ho carezzata.
    Amore, tu sai solo di favole e non vedi che le regine non hanno più lacrime e sorrisi per questo nostro giorno.
    Tu cammini lungo questa vita eterna e ti credi eterna anche tu, per un miracolo di primavera.
    Il dolore è solo una parola brutta e tu sei così giovane e tenera che non sai guardare la sofferenza.
    Perché non ci credi, ancora, e puoi solo soffrire di un gattino o di un fiore, ma senza molta convinzione.
    Eppure, in fondo alla tua anima fresca di gioventù, senti sconvolgimenti strani, senti maree improvvise che tu non sai, che non ammetti.
    Allora parli di malinconia e vieni di corsa a cercarmi per chiedermi con gli occhi grandi e tristi di aiutarti.
    Amore, senti, vorrei dirti allora, lascia questo tuo rivestimento di incoscienza e cerca di capirmi bene.
    Se io ti parlo di morte, non pensare solo alle candele; se ti parlo di guerra, non pensare solo ai film; se ti parlo d'amore, non pensare solo ai Baci Perugina.
    Vorrei farti capire che oltre le stelle in cielo non c'è una Terra Sconosciuta e finalmente vedere nei tuoi occhi grandi la paura.
    Amore mio, come posso aiutarti se tu non mi ascolti, se mi guardi solo e sorridi arrotolandoti un ricciolo bruno attorno alle dita?
    Come posso farti capire che tu sei viva come io sono vivo, perciò un giorno morirai, amore, soffrirai di questo schiantamento dell'anima dal corpo e non sarai più su questa terra, ma solo carne putrefatta e polvere.
    Ma tu ridi, mi metti le braccia al collo e ridi.
    Ho voglia di farti male, ma sei troppo giovane.
    Allora chiudo gli occhi e ti bacio.

  • 05 luglio 2007
    Un uomo felice

    Come comincia: C'è un uomo di fronte dove lavoro io che tutti i giorni alle 5 del pomeriggio ha finito la sua giornata di lavoro.
    Va a lavarsi fischiettando al rubinetto di un terrazzo poco lontano: forse fa il muratore, non so, lo vedo solo in canottiera.
    Fischietta; a volte lo sento cantare, canta sempre che è morta la mamma, tarin tarà, che è morta la zia, tarin tarà, che è morta la moglie, tarin tarà.
    Sono tutte donne, quelle che muoiono.
    Deve essere un uomo felice e soddisfatto.
    Alle ore 5 e 1 minuto del pomeriggio lo sento arrivare. Smetto qualunque occupazione e mi metto alla finestra a guardare.
    Si insapona religiosamente le braccia, frega sotto le ascelle, sul collo, nelle orecchie e finisce laboriosamente sulla faccia.
    E poi si tuffa cantando sotto il rubinetto, sollevando prima un braccio, poi l'altro.
    Intanto, è già morta la cognata, tarin tarà.
    Alle 5 e 10 ha finito di lavarsi e tutto gocciolante va in cerca di un asciugamano: di solito, usa la sua camicia.
    C'è un sole gagliardo che gli batte sui muscoli e lo fa scaldare in corpo.
    Alza la testa e si mette a fischiettare.
    E' decisamente un uomo felice: ha finito il suo lavoro, adesso se ne andrà a casa, per via forse si fermerà a bere un bicchiere con gli amici e litigherà ferocemente per una squadra di calcio.
    Arriverà a casa ancora allegro, e sarà già morta la gatta, tarin tarà.
    A casa ci sarà la moglie, un po' grassa un po' vecchia, un po' mamma e un po' megera. Sarà facile strillare un poco per un buco nelle calze, che se vai avanti così, tutti in calze ce li spendiamo quei quattro soldi che porti a casa, e per mangiare, che ci mangiamo, i buchi nelle tue calze?
    Ma poi si toglierà i pantaloni, fa così caldo, si metterà i calzoncini e manderà uno dei suoi figli che giocano sotto casa a comprargli un giornale.
    Sistemato sul terrazzino, al fresco, inforcherà gli occhiali per mettersi in politica: i ragazzini sotto casa fanno la guerra, la moglie fa la minestra e i vicini di casa fanno la solita discussione sullo stipendio, che siamo al 10 del mese e non me l'hanno ancora dato, ma io, cosa credi, io glielo dico, non sono mica fesso, io!!
    Si fa sera.
    E' estate e si sta bene, siamo ancora giovani, si può sperare. Soldi, cominciano ad essercene da parte, i ragazzini si fanno grandi, si può cominciare a pensare al mutuo per una casa di proprietà, si avvicina il momento del benessere.
    Se tiene 'sto porco euro e 'sto governo del cavolo....
    Ci penseremo.
    Ed è già ora di mettersi a tavola. Dopo si guarderà la tivù, e tutti zitti che canta Albano che io proprio me lo sento un fratello.
    A letto i ragazzini e a letto pure lui, il mio amico, con la moglie grassa al fianco.
    Ripenserà un attimo alle pagine delle riviste esposte dal giornalaio ed alle splendide vallettine e veline e prezzemoline della tivu, ma solo un poco, tanto per compensazione.
    E poi si accontenterà e farà finta di niente, che quello che conta è tante altre cose, e poi con 'sta vecchia qua ormai, ne abbiamo viste di cose insieme.
    Un uomo felice, ti ho detto: che domani alle 5 del pomeriggio sarà ancora al suo posto, tarin tarà

     

  • 29 marzo 2007
    Il carnevale di Divina

    Come comincia: Sai come sono i ragazzi, no?

     


    Ti viene voglia ogni volta di ammazzarli di botte per quel loro modo assurdo di comportarsi e poi coprirli di baci perchè hanno gli occhi chiari e ti guardano in faccia da sotto le coperte a chiederti:


    -Domani mi fai la torta?-


    Come posso dirti cos'è successo al mio ragazzo.


    Ha 15 anni, mio figlio.


    Ama tante cose, mio figlio: l'amore esiste in lui e si distende intorno linfa vitale.


    Mio figlio a 15 anni ama i libri di James Bond e corre ogni sera al campetto dell'oratorio a far giocare i più piccoli a calcetto, per far piacere al Don, che gliel'ha chiesto come favore.


    Mio figlio, a 15 anni, ama leggere ad alta voce le poesie di Pavese e restare ore a strimpellare la chitarra. Io gli grido di piantarla che non ne posso più, e lui mi corre davanti sul pavimento bagnato di cera e dice:


    -E' Mozart, mamma! -


    Mio figlio, a 15 anni, ama i pantaloni stirati ma corre sui pattini tutto in pomeriggio.


    Mio figlio ama guardare le belle ragazze alla TV e poi si chiude in camera e si mette alla finestra con la faccia scura.


    Mio figlio, a 15 anni, ama una gatta brutta e grigia che si chiama Divina.


    E' successo che, per l'amore che sente, mio figlio ha voluto che anche Divina partecipasse alla gioia del carnevale.


    Ed è uscito di casa correndo - Mamma, vengo subito! - ed è andato a comprare un pollo arrosto dal macellaio.


    Io gli dico:


    -Ma cosa te ne fai? -


    Mio figlio risponde:


    - E' per Divina, è festa anche per lei! -


    Ed è andato nella sua camera.


    Io gli ho detto:


    -Allora, noi andiamo, fai il bravo....-


    Non ero presente: ma nella sala scura del multisala, ne ho sentito come la trafittura in mezzo al cervello.


    So com'è stato.


    Mio figlio ha chiamato Divina allegro per darle il pollo arrosto e si è chinato sul piattino e con un coltello ha cominciato a tagliarlo.


    E per la disperazione d'amore, per la nausea di vedere come le cose vive sono, e la gatta grassa ad ingozzarsi, le stelle filanti, i coriandoli, la casa vuota, gli amici lontani (si sono dimenticati? No, sono ragazzi, non ci hanno pensato....), bene, per questa disperazione di sapere di colpo cosa sei e quanto puoi valere, ed il mondo fuori ed i problemi troppo grandi, enormi, mostruosi, mio figlio allegro non ha avuto più gioia.


    La gatta mangiava e mio figlio disperato si è tagliato le vene ai polsi con il coltello imbrattato di pollo arrosto.


    E' morto mio figlio perchè il film durava tre ore; e lui ha fatto in tempo a perdere conoscenza, a dissanguarsi.


    Non ho parole che non siano le sue e per ricordarlo vivo a 15 anni.


    Ma per quanto disperata io sia ( mio figlio voleva vivere, se io non fossi andata al cinema, se fossimo tornati a casa, voleva gli scarponi da sci, gli piaceva studiare....), ne ho come un'assurda tranquillità.


    Mi piace pensare - sono egoista o sono pazza - che mio figlio a 15 anni è morto d'amore.

  • 10 aprile 2006
    Passi perduti d'agosto

    Come comincia: Conosco un uomo che per disperazione una mattina di domenica d'agosto è andato alla Stazione Centrale, ha comprato un biglietto per Como ed è andato al lago.

    Durante il viaggio il treno lo aveva scosso gentilmente avanti e indietro e le persone vicino a lui parlavano gentilmente andando avanti e indietro e dal finestrino gli alberi andavano avanti e indietro.


    L'uomo aveva caldo ed era sudato: avvertiva il solito senso di malessere profondo e tenace.


    Avanti e indietro.


    Arrivato a Como, il cielo era ancora blu scuro e l'aria sapeva di sole.


    Era sceso insieme alle altre persone ed aveva camminato diligentemente fuori dalla stazione.


    Lungo il lago, era entrato in un bar a bere un caffè: 90 centesimi, non è una grande spesa.


    Non aveva questi problemi.


    Anzi, guarda, dopo il caffè, anche un bicchiere di vino, rosso.


    Bevuto anche quello, pagato senza un sorriso, l'uomo aveva salutato il barista con un gesto della mano nodosa di vecchio, un gesto stanco con la mano raggrinzita.


    Va bene, è un'altra giornata, ma per me è completamente uguale a ieri, uguale a domani, è sempre così, sempre oggi, aveva detto con quel gesto.


    Ed il barista non ha avuto tempo di accorgersene. Ne vedeva tanti, di saluti strani, di SOS senza voce.


    E l'uomo è uscito dal bar, ha camminato verso il lago.


    Si vedeva gente che faceva il bagno, lungo l'unica spiaggetta, i soliti turisti, certo, i giovani, fortunati loro, bella fatica.


    Anche lui era capace d'essere felice, da giovane.


    Da giovane, certo, tutto è possibile, uno può sempre credere che diventerà un grande uomo, farà qualcosa di valido.


    Uno, da giovane, può sempre dire: oggi no, ma domani mi ci metto, domani, si.


    Perchè da giovane, uno crede che vivrà in eterno; ma soprattutto, da giovane, uno crede che varrà la pena di vivere in eterno.


    Ma l'uomo non era più giovane; era vecchio, aveva male alle gambe, ed una fitta continua e noiosa al fegato, proprio sotto l'osso, a destra, lì, proprio lì, si.


    Camminava; un bambino gli ruzzolò fra le gambe ridendo, una bambina gli corse incontro a braccia aperte chiamandolo nonno.


    Sciocchezze.


    E mentre così camminava, ricordava la moglie, povera donna, bel funerale, otto anni fa. Ricordava il figlio, bel matrimonio, quando, cinque, no, sei anni. In vacanza con la famiglia.


    Si sa, sono giovani. A loro tutto è possibile. Non pretendeva che lo portassero con loro. Ma già, agosto a Milano, da soli, be', ecco, è lungo.


    E' lungo.


    In una casa vuota, due stanze piccole, odore di fritto - è stato il pesce, l'ultima volta, quando poi si è sentito male - non ne mangerà mai più, parola.


    E per la disperazione di vedere il cielo così azzurro senza pietà per questa carne d'uomo che si trascina fra dolore e miseria, gli venne in anima un urto di nausea così forte da spaventarlo.


    Corse veloce lungo il molo e di colpo, senza pensarci, si tuffò, così, tutto vestito.


    Fece qualche bracciata a nuoto, tanto per allontanrsi un po', e mentre sentiva lontano il crescere del vociare della gente, andò sotto.


    L'hanno ripescato due giorni dopo: aveva in tasca una biro, nel portafoglio il biglietto di sola andata a Como e dieci euro.


    Neanche un documento.


    E così nessuno sa chi è, pover'uomo, commenta il figlio, mentre legge il giornale.


    Ma si sa, dice la nuora, col caldo, c'è sempre qualcuno che dà fuori di matto, cosa vuoi farci.


    Ma al vecchio in città, neanche un pensiero.


    Il vecchio, cosa vuoi, ha la pensione, ha gli amici, un giro al bar, un giro alle bocce, ormai la sua vita è istradata, cosa vuoi portarlo via, si troverebbe male, poveretto.


    Lascialo là dov'è.


    Che magari sta meglio.